Gianpietro Séry

Corso della Scuola Pratica di Psicopatologia, Milano
PENSIERO E DESTINI DEL PENSIERO NELLE PATOLOGIE

    

V  Seduta
 Intervento del 9 Marzo 2002

 

L'IMPOTENZA AL GIUDIZIO DI GRADIMENTO

Il pensiero debilitato della nevrosi

Un esempio letterario: "La coscienza di Zeno"

 

 

LA TESI: La coscienza di Zeno, di Italo Svevo, considerata per tradizione come una descrizione di un caso di nevrosi (pur essendo per E.Weiss un libro che "con la psicoanalisi non ha nulla a che vedere"), ci darà modo di annotare in più di un passaggio come possa trattarsi di una nevrosi che è spesso tentata di cedere il passo alla perversione.

 

1.  I CAPITOLI DEL ROMANZO

 

             La coscienza di Zeno è edito a Bologna, per i tipi di Cappelli, nel 1923, quando Zeno ha 62 anni (cinque anni prima della sua morte).

             Nel Preambolo, il Dottor S., l’unico personaggio ad avere solo un nome puntato, propone a Zeno di scrivere ciò che ricorda della storia della sua esistenza. Di fronte a questa richiesta, Zeno si chiede con scetticismo come possa essere possibile rivedere l’infanzia a più di cinquant’anni di distanza (e rinuncia): «Fantolino! - dice davanti a un bambino che è appena nato nella sua famiglia - troppe probabilità di malattia vi sono per te, perché non tutti i tuoi minuti possono essere puri… ritenterò domani».

            Nel primo capitolo ("Il fumo"), che potremmo intitolare "Come fumarsi ciascuna delle ultime sigarette", Zeno parla delle sue difficoltà a smettere di fumare. A 57 anni di età, racconta una lunga serie di buoni propositi e di tentativi falliti tutti legati a numeri, date in qualche modo significative. L’ultimo tentativo consiste nel lasciarsi rinchiudere in una clinica specialistica da cui presto riesce a fuggire inventando uno stratagemma: alla signora posta a sua stretta vigilanza, butta lì il fatto di essere un uomo strano che quando fuma dieci sigarette non risponde più di se stesso a livello sessuale. La signora, per essere ben sicura, gli fa passare sotto la porta undici sigarette. Zeno si rende conto che in qualche modo ha creato un impegno e decide risolutamente di scappare dalla clinica. Così finiscono i suoi tentativi di smetterla con il fumo.

            Nel terzo capitolo, ("La morte di mio padre"), che potremmo intitolare "Una carezza in un pugno", veniamo a sapere che Zeno perde il padre a trent’anni. Il significato dell’ultimo gesto del padre resterà oscuro a Zeno per tutta la vita: dalla sua mano che cade indebolita dal male, parte infatti sulla guancia del figlio una specie di "schiaffo". Si è trattato di un ultimo gesto disprezzo? Di una carezza? Zeno non saprà mai darsi una risposta.

            Il quarto capitolo, ("La storia del mio matrimonio"), potremmo rinominarlo: "Sposi per caso". Zeno ha fatto la conoscenza del Malfenti, padre di tre figlie, i cui nomi iniziano tutti con la lettera «A». Zeno si innamora della più bella, la prima in ordine alfabetico, ma per l’indecisione in cui si trova finisce con il chiedere la mano a tutte e tre: saranno le ragazze a scegliere. Sarà  la più brutta, in seguito al rifiuto delle altre due, quella che diventerà sua moglie.

            "La moglie e l’amante" è il titolo del quinto capitolo (ovvero: "Una seduzione non pericolosa"). Zeno, fra le sue attività, è anche un bene-fattore. Gli accade di incontrare una ragazza di sedici anni: "quei 16 anni volevano la libertà e l'amore". Perché non darglielo, proprio in virtù del suo essere un bene-fattore? In questo modo la ragazza diventa la sua amante.

            "Storia di un’associazione commerciale" è il sesto capitolo (che potrebbe essere sottotitolato: "Lavorare stanca"). Se lavorare stanca, meglio fallire. Come da programma, l’associazione commerciale in cui Zeno si è impegnato fallisce.

            Alla "psicoanalisi" è dedicato l’ultimo capitolo (che intitolerei: "Come fare felice il proprio analista"). La principale preoccupazione di Zeno non è infatti guarire, ma raccontare all’analista cose carine che gli possano piacere.

           

2.  ALCUNI LEMMI DE "LA COSCIENZA DI ZENO"

 

            Svevo scrive La coscienza di Zeno nel 1923, l’anno precedente aveva iniziato una traduzione dell’Interpretazione dei sogni. Nell’individuare i temi del libro, ho cercato di costruire un lemmario, di cui annoterò le parti più significative.
 

Corpo

 

            La prima parola è corpo, che nel libro diventa organismo e che addirittura viene definito come «la macchina mostruosa». Zeno incontra Tullio, un vecchio amico claudicante a causa di reumatismi mai curati:

 

"Mi raccontò ridendo che quando si cammina con passo rapido, il tempo in cui si svolge un passo non supera il mezzo secondo e che in quel mezzo secondo si muovevano niente meno che 54 muscoli. Trasecolai e subito corsi con il pensiero alle mie gambe a cercarvi la macchina mostruosa. Io credo di avercela trovata."

 

Da quell’incontro Zeno esce zoppicando e il camminare gli diventerà difficile per tutta la vita, fino a definire il camminare come «un lavoro pesante». Se questo non bastasse, attribuisce la colpa di questa lesione non a se stesso, ma al fatto di essere innamorato di Ada, «perché si sa che gli animali diventano preda dei cacciatori quando sono in amore». Mi sembra che questi pensieri mostrino non una regressione, ma una retromarcia da corpo a organismo. Non mi sembra di poter parlare di regressione, perché in realtà non si torna all’organismo antecedente al corpo pulsionale, ma, come dice Freud, a un organismo non percepito secondo le vere innervazioni.

            È interessantissimo l’esempio della mosca: infastidito da una mosca sul tavolo, Zeno la colpisce e la ferisce a una zampa. Nota poi che la mosca prova a volare agitando concitatamente le ali. Dice allora: «Era convinta di essere ferita all’ala, non alla zampa». L’insetto commette un errore stupido: «Non sa da quale organo viene il suo dolore. Errori che si possono facilmente scusare in un insetto, che vive una sola stagione e non ha tempo», ma che Zeno, un uomo, commette allo stesso modo: nel corso di tutto il suo racconto non è in grado di distinguere quale sia veramente il punto in cui è ferito.

            Sempre parlando del dolore, Zeno allude al convivere con la malattia: «Quel dolore non mi abbandonò più. Adesso nella vecchiaia ne soffro meno, perché lo sopporto con indulgenza» che sta a dire: tutti i sintomi nevrotici vengono accettati e vissuti con indulgenza.

Annota ancora: «Senza saperne spiegare l’intima natura, io so quando il mio dolore per la prima volta si formò». Dice per la verità di aver consultato anche molti medici che gli hanno dato diverse interpretazioni sull’origine del dolore: «… interpretazioni accettabili, perché da me nessuna funzione è idealmente perfetta». Significa dunque: qualunque ipotesi fatta da un medico può essere quella buona.

            Un altro passaggio importante sul tema corpo-organismo è la discussione con alcuni amici tra malattia reale e malattia immaginaria. Come in certi film o fumetti le ferite e la morte non sembrano procurare dolore, Zeno arriva ad affermare che l’ammalato reale soffre molto meno dell’ammalato immaginario. Ricordando un amico che aveva un mal di denti poi rivelatosi essere una nefrite, annota:

 

"C’è un metro di distanza fra i reni e i denti. Quindi si capisce come anche un ammalato immaginario possa legittimamente dolersi di una malattia che potrebbe anche sorgere a chilometri di distanza."

 

Potrebbe somigliare a un concetto di psicosomatica.

Mi sembra risulti abbastanza chiaro l’impossibile ritorno all’organismo.
 

            Donna

           

"… della mia miseria con le donne. Una non mi bastava e molte neppure. Le desideravo tutte! Per istrada la mia agitazione era enorme: come passavano, le donne erano mie. Le squadravo con insolenza per il bisogno di sentirmi brutale. Nel mio pensiero le spogliavo, lasciando loro gli stivaletti… 

… la donna a me non piaceva intera, ma… a pezzi. Di tutte amavo i piedini, se ben calzati. , di molte il collo esile oppure anche ponderoso e il seno se lieve, lieve. E continuavo nell’enumerazione di parti anatomiche femminili…"

 

            Sembra abbastanza chiaro che si tratta di feticismo.

In un altro passaggio il feticismo riguarda non le parti del corpo dell’altro, ma del proprio corpo. In una certa pagina Zeno annota che baciando o toccando sua moglie o altre donne, esse arrossiscono. Dice:

 

"Amo quella parte del mio corpo che è stata capace di suscitare un tale rossore."

 

Va osservato che Svevo non usa mai la parola «eccitamento»: al suo posto parla del rossore della vergogna. In un’altra occasione volutamente tocca il piede di una delle tre sorelle; a distanza di tempo ricorderà che il suo piede è stato l’oggetto dell’intimo momento con quella donna.
 

            Figlio

 

            Zeno liquida in poche righe il suo rapporto con la madre:

 

"Mia madre era morta quand’io avevo quindici anni. Feci delle poesie per onorarla ciò che mai equivale a piangere e, nel dolore, fui sempre accompagnato dal sentimento che da quel momento doveva iniziarsi per me una vita seria e di lavoro."

 

Cosa mai fatta.

 

"Per la morte di mia madre e la salutare emozione ch’essa m’aveva procurata, tutto da me doveva migliorarsi."

 

Più ampiamente si dilunga invece su «figlio del padre».

 

"Invece la morte di mio padre fu una vera, grande catastrofe. […] Lui morto non c’era più una dimane ove collocare il proposito."

 

Non c’era più un altro giorno.

 

"Io, accanto a lui io, rappresentavo la forza e talvolta penso che la scomparsa di quella debolezza, che mi elevava, fu sentita da me come una diminuzione."

 

La catastrofe sta nell’aver perso la debolezza del padre con cui si poteva sentire forte.

 

"Egli mi confessò che una delle persone che più lo inquietavano ero io. Egli aveva saputo eliminare dal suo ricordo ogni idea di quella spaventosa macchina che è il corpo umano. Per lui non era importante pensare che il cuore pulsava, valvole, vene, ricambio, per spiegare come il suo organismo viveva. Egli mi rimproverava due altre cose: la mia distrazione e la mia tendenza a ridere delle cose più serie."

 

Scherzare del resto è quanto continuerà a fare per sempre. Un suo amico era appena morto e Zeno, a pranzo con gli altri commensali, gioca a dire: «È morto… No, non è vero che è morto… Vi ha preso in giro tutti… No, però è morto».

            A proposito del padre è interessante l’interpretazione, patologica, che Zeno dà di un certo avvenimento. Una sera Zeno torna tardi e scopre che il padre lo ha atteso per cenare. Gli chiede: «Perché hai atteso finora per mangiare? Potevi mangiare e poi attendermi». Il padre ride: «Si mangia meglio in due». Zeno pensa allora che «questa lietezza poteva essere anche il segno di un buon appetito». È la prova che ciò di cui Zeno è incapace è il rapporto.

            Più oltre, spinto da puro affetto filiale, Zeno desidera la morte del padre che viene poi descritta in questo modo: l’uomo ha una crisi, si chiama il dottore, che constata la gravità della situazione, ma si offre di prodigarsi in un tentativo per salvarlo. È Zeno a rifiutarsi e a invitarlo a lasciarlo morire in pace. Il dottore presta ugualmente le sue cure al malato, accusando Zeno di essere egoista. Per qualche tempo il padre riprende un poco della sua lucidità, ma Zeno si dimostra molto arrabbiato. Pensa a se stesso e dice:

 

"Io avrei avuto bisogno di un grande riposo per chiarire il mio animo e anche regolare, e forse assaporare, il mio dolore per mio padre e per me. Invece ora devo lottare, lavorare per accudirlo. E la lotta produce sempre dell’odio."

 

            Zeno ricorda poi lo schiaffo ricevuto dal padre. L’uomo è gravissimo. Il medico gli ha consigliato di stare a letto il più possibile, ma l’uomo non vuole sentire ragione. Appena riesce a sottrarsi allo stretto controllo del figlio, si alza di nuovo, solleva il braccio e lo lascia cadere pesantemente sulla guancia del figlio, prima di cadere a terra e spirare.

L’episodio può essere messo in relazione con la morte di Malfenti, il suocero di Zeno, che egli considera come il suo «secondo padre». Morendo, Malfenti dice a Zeno: «Ti darei volentieri la mia malattia. Non ho mica le ubbie umanitarie che hai tu!»: si tratta di quello che comunemente viene detto furor sanandi, il furor di bene, la coazione a fare il bene. Correggiamo questa affermazione dicendo che il bene non si tratta di farlo, ma di riceverlo. A Zeno invece questa frase appare come una carezza, proprio all’opposto dello schiaffo ricevuto dal padre-padre. Solo più oltre, mettendo in relazione i due episodi, Zeno spera che anche quella del padre sia stata una carezza: Una carezza in un pugno, come recitava una vecchia canzone di Celentano. Dopo la morte di Malfenti

 

"Alla sua tomba, come tutte quelle su cui piansi, il mio dolore fu dedicato anche a quella parte di me stesso che vi era sepolta. Quale diminuzione per me venire privato anche di quel mio secondo padre!"

 

            Il suo dolore conduce Zeno a una decisione: se avrà dei figli, cercherà di fare in modo che non lo amino, così che non soffrano alla sua morte.

 

            Imputabilità

           

"Mi verrebbe voglia di credere anche nel destino". Questa frase pronunciata da Zeno mi sembra dire ciò che Svevo pensa intorno a questo tema.

            In tutto il romanzo solo una frase, collegata al senso di colpa, lascia trasparire un barlume di imputabilità. Dice Zeno:

 

"Dolermi come il ricordo di un crimine vigliacco, come un tradimento commesso per libera elezione, senza necessità e senza alcun vantaggio."

 

            Il romanzo mostra l’eliminazione sistematica di ogni imputabilità individuale: «Non so scegliere le mie compagnie, perché sono loro che scelgono me»; «Trovo sempre dei pretesti per far quello che sarebbero i miei desideri»; «Tutte le volte che penso al mio primo tradimento, ho il sentimento di averlo compiuto perché trascinatovi»; «In quella casa mi prospettavano di congiurare bassamente ai danni di Guido», l’uomo che a suo avviso gli ha rubato Ada, la sorella «bella» di cui era innamorato; «Andai da Carla - l’amante - senza ricordare Augusta - la moglie - tanto mi aveva offeso il contegno di mio suocero»; «Ero contento che per sua decisione, l’avventura che io avevo cercata mi venisse offerta nella forma di un’amicizia - così crea meno sensi di colpa - condita di baci»; «Non la morte desiderai, ma la malattia, una malattia che mi servisse di pretesto per fare quello che volevo, oppure che me lo impedisse»; «Finsi la malattia, quella malattia che doveva darmi la facoltà di fare, senza colpa, tutto quello che volevo»: «Io fra me e me bestemmiavo, ma già sapevo di essere stato solo un giocattolo in mano alle forze sregolate della natura. Insomma, dipende dal caso. La legge naturale non dà diritto alla felicità, ma anzi prescrive la miseria e il dolore». Sono solo alcuni esempi. Su questa scia si colloca anche la scelta della moglie, cui abbiamo già accennato. Zeno va dalla prima figlia: «Vuoi sposarmi?», le chiede. «No», è la risposta. Allora va dalla seconda: «Scusa, dato che lei mi ha detto di no, tu vorresti dirmi di sì?». Ottiene la medesima risposta: «No». Zeno si presenta allora alla terza sorella: «Mi hanno detto di no in due e io sono molto infelice. Tu cosa mi dici tu?». La terza acconsente e così si sposa. Si direbbe un matrimonio «combinato», combinato dal destino.

           

Soggetto-Altro

 

            In un passo il rapporto Soggetto-Altro è descritto così:

 

"… una gabbia in cui non v’era altro che una merce e due nemici, i due contraenti."

 

Il massimo che Zeno riesce a fare nel rapporto è parlare con Augusta della sua paura della morte per averne il conforto come fanno i bambini che porgono al bacio della mamma la manina ferita.

 

Appuntamento

 

            «Non sarebbero mica avvenute delle grandi cose, se io non mi fossi presentato all’appuntamento».

 

            Lavoro

 

            Zeno non lavora: «Vivevo in una simulazione di attività, che è una cosa noiosissima». «L’Olivi - l’uomo che si occupa di amministrare l’eredità paterna - ha lavorato e lavora per me», per giungere a una conclusione: «Lo odio, perché mi ha impedito di fare il lavoro che fa lui».

            Dal giorno dell’inizio della sua relazione con la giovane amante, Zeno si tiene sempre nella tasca della giacca una busta piena di soldi, a cui aggiunge altro denaro per tutto il tempo in cui dura questa storia. Zeno la chiama «la busta dei buoni propositi, quella che serve per pagare l’indulgenza». Se è il bene-fattore di questa ragazza, un giorno questi denari andranno a lei. È molto diverso dal gesto con cui si paga una prostituta: Zeno è troppo puro per pensare una cosa del genere. Perché Zeno deve concepirsi come un bene-fattore? Se non lo fosse, quello con Carla diventerebbe un rapporto!

 

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